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HO RISCHIATO DI ESSERE IL "PARTIGIANO" PIU’ PICCOLO D’ITALIA - di Sergio Bonci - 30 agosto 2018

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Aprile 2020 15:57 Scritto da Administrator Giovedì 30 Agosto 2018 17:22

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PERCHE' (MIO MALGRADO), HO RISCHIATO PER PURO CASO DI DIVENTARE IL "PARTIGIANO" PIU’ GIOVANE D’ITALIA - di Sergio Bonci

Si era nel 1944 e la seconda guerra mondiale stava per terminare. All’epoca il sottoscritto aveva circa 6 anni ed insieme a mia madre ci eravamo trasferiti da Roma a casa dei miei nonni, ovvero, i genitori di mia mamma Maria, in quel di Cupramontana, ridente paesotto in provincia di Ancona confinante con quella di Macerata esattamente a partire dal bellissimo territorio di Apiro.

Sono sempre stato un bimbo curioso e abbastanza scafato dovuto anche dal fatto che, spesso a Roma durante le incursioni notturne dell’aviazione tedesca, ci dovevamo alzare all’improvviso di notte per correre, insieme ad altre tre famiglie nel ricovero di fortuna ricavato in un anfratto tufaceo scavato appositamente  dai tre capifamiglia, tra i quali non era presente mio padre poiché si trovava in Albania in qualità di prigioniero di guerra e, per giunta ferito da almeno due colpi di arma da fuoco di grosso calibro.

Per sfuggire a questa triste routine, e soprattutto per sopravvivere ai borsari neri e alla scarsità di approvigionarsi di cibarie, mamma decise di trasferirci dai nonni che insieme alla famiglia di zio Ivo vivevano da sempre a Cupramontana, ridente cittadina delle Marche facente parte della provincia di Ancona.

IL MIO PRIMO VIAGGIO DAI NONNI

Il viaggio da Roma a Cupramontana fu una vera avventura. Si viaggiava quasi sempre di notte. Eppure io vissi l'allegria e il divertimento dell’innocente. Il mezzo di trasporto trattavasi di uno scassatissimo BL (bielle) con il cassone ricoperto con un telone pieno di buchi, costruito per il trasporto di cose varie e aventi le ruote piene come si usava in tempi di autarchia e soprattutto per evitare forature e naturalmente privo di ammortizzatori, (all’epoca su quella categoria di mezzi esistevano solo le durissime balestre).

Per sedili avevamo a disposizione delle panche di legno. Inoltre, il percorso non era certamente facile dal momento che le strade erano pessime e quelle che una volta potevano essere asfaltate risultavano piene di buche, inoltre si doveva attraversare l’Appennino umbro-marchigiano (la famosa Somma), quindi di tanto in tanto, allorché la strada si inerpicava fortemente era necessario scendere dal camion onde aiutare il motore e quindi spingere l’automezzo per cercare di non far bollire l’acqua del radiatore.

Terminata la salita e poco prima di prendere la discesa, si risaliva nel cassone con una scaletta di fortuna e una volta ripreso fiato, si tirava fuori le provviste e si mangiava qualcosa. Per chi non aveva da bere e/o da mangiare si organizzava automaticamente la colletta.  Inoltre, occorreva fare strade secondarie allungando naturalmente il percorso per evitare di fare incontri sgraditi, sia con malavitosi alla macchia, e soprattutto con la milizia dell’epoca, non certo benevola con gli sfollati.  Insomma, dopo un paio di giorni, come Dio volle, arrivammo a destinazione, magari con qualche risentimento ai muscoli ed alle ossa.

L'ARRIVO A CASA DEI NONNI E DEGLI ZII

Nella casa colonica di proprietà dei miei nonni sita in Cupramontana sulla via della Romita vivevano in santa pace Domenico Maiolini ed Ines Anderlucci detta Lisetta insieme allo zio Ivo e la sua famiglia formata dalla moglie Luigia detta Giscia, alla mia cuginetta Rina di qualche mese inferiore alla mia età e Flavio venuto al mondo proprio in quei giorni. 

Essi facevano gli agricoltori in proprio. Per questo ci sembrava di essere arrivati in paradiso rispetto al clima che si viveva a Roma a causa della guerra ancora in atto. Le notti Cuprensi erano tranquille. Ci si addormentava al canto dei grilli e solo di tanto in tanto si sentiva il verso delle civette. Al mattino ci svegliavano i galli appena il sole spuntava in lontananza da dietro il Monte San Vicino.  Si sentiva ogni tanto anche il muggire dei bovini che avevano fame. Dopo colazione, ognuno di noi iniziava la propria attività. I grandi andavano sui campi curando gli orti e le colture. Io e Rina collaboravamo portanto becchime ed altro alle oche, alle anatre, alle galline ed erba fresca ai conigli ed a volte del favino ai vitelli nella stalla e di tutto un po ai maialini. La vera festa per me e Rina, era, allorché nonna Lisetta,  che odiava farsi chiamare dai nipoti "nonna" ed in sua vece amava l'appellativo di "mammalisè" unitamente alla  zia Luigia e mia mamma Maria, le vedevamo affaccendate nella preparazione dell’impasto per il pane. Significava per tutti noi che a pranzo e a cena ci sarebbero state le "cresce" e forsanche anche qualche dolcetto, oltre alle pagnotte fresche di forno.

Mamma oltre che rassettare la casa, faceva il mestiere della sarta. A quell'epoca bisognava saper fare di tutto. Pantaloni da uomo, camicie uomo/donna, biancheria uomo/donna, giacche e giacchetti e, soprattutto, in economia di guerra, saper adattare vecchi abiti, smontandoli riuscire a tirar fuori qualsiasi indumento pratico per chicchessia. Mia madre era fantastica nel tirar fuori da un vecchio lenzuolo un grembiule da scuola smontare e rivoltare vecchi cappotti, fare degli abiti domenicali abbinando vari pezzi di stoffe da unire insieme. Era veramente una maga. Un giorno s'inventò una salopettes per me da un vecchio pantalone di pelle di diavolo, tipo di stoffa molto resistente che mio padre usava allorché a Roma faceva l'autista di camions. Teniamo d'occhio la salopettes poiché verrà utile più avanti.  Inoltre, sapeva usare tutte le lane che le capitavano per le mani. Con i ferri era una verà maga. Maglioni, magliette, golfini, gilè cappottini, canottiere ecc. ecc, venivano fuori d'incanto dalle sue abili mani. La fortuna è stata anche quella di trovare in casa dei nonni e degli zii una macchina da cucire in perfetto ordine, che zia Luigia teneva inguattata chissa dove.   

LO ZIO LIVIO

Zio Livio Maiolini è stato l’ultimo dei dieci figli messi al mondo da mia nonna Lisetta. Egli aveva sicuramente 18 anni compiuti e all’epoca era in pericolo di venire estradato nel caso i tedeschi lo avessero scoperto. Infatti, era il cruccio di mio nonno Domenico. Ma non solo lui era in pericolo, anche zio Ivo che pur denunciando qualche anno di più e con famiglia sulle spalle. Infatti, in quei giorni difficili, zia Luigia aveva dato alla luce il secondo figlio che chiamarono Flavio. Rina, la mia cuginetta del cuore aveva qualche mese meno di me.  All’epoca, se i tedeschi trovavano giovani braccia impegnate o meno con il servizio militare italiano, usava deportarli lo stesso in Germania per lavorare. 

Per tale ragione mio nonno durante il giorno, ma spesso anche di notte, occultava lo zio Livio all'interno di un grosso appezzamento di terreno coltivato a granturco. In mezzo alle piante abbastanza alte da nasconderlo, aveva scavato nel terreno un vano coperto da una botola fatta con canne intrecciate e mimetizzata con piante di mais piantate sopra, insomma un'opera d'arte di mimetismo. All'interno ci si poteva nascondere anche due persone sdaiate o in piedi oppure sedute. Durante la giornata zio Livio per ammazzare il tempo, tagliava foglie di tabacco già conciate per farne sigarette ed anche per l'uso della pipa di nonno Domenico.  

ANCHE A CASA MAIOLINI ARRIVANO I TEDESCHI

Un bel giorno, anzi al contrario un triste giorno, un distaccamento di militari tedeschi presero in prestito la dipendenza dei Ciattaglia. Una famiglia fac-simile dei Maiolini, distante appena 500 metri di strada bianca dalla casa del nonno e degli zii Ivo e Luigia ed i loro figli. Da questo momento il pericolo paventato da mio nonno era divenuto latente.

Una sera d'estate eravamo tutti a cena. Io la mamma, nonna e nonno mentre zia Luigia era a letto con la culla di Flavio e con Rina sul letone al posto dello zio Ivo che anch'esso si era involato verso un capanno da caccia distante 300 dalla casa padronale ma vicinissimo ad un pagliaio all'interno del quale nascondeva la propria sussistenza in fatto di pane, companatico, sigarette una bottiglietta di mistrà.

Improvvisamente sentimmo il rumore di una moto che si fermava davanti casa. Qualche attimo dopo sentimmo prendere a calci il portoncino di casa.     

Mio nonno si affacciò alla finestra e vide al chiarore della luna due sagome in divisa con tanto di mitra ed elmetti chiaramente distinguibili. Erano due tedeschi che chiesero a voce alta  di entrare in casa. Nonno e mamma scesero la rampa di scale con il cuore in gola ed aprirono il portoncino e invitarono a salire i due tedeschi. Mettevano paura solo a guardarli.

Erano due graduati, un sergente ed un caporale ed appartenevano alla fanteria motorizzata. Contrariamente a quanto ci si aspettava furono abbastanza gentili. Ci rassicurarono in un italiano stentato facendoci capire che volevano fare conoscenza in tutta amicizia. Naturalmente, volevano soprattutto assicurarsi che non ci fossero armi in casa, ne giovani da espatriare, tanto meno pericoli incombenti per loro. 

Mio nonno,  fece capire loro se volevano favorire qualcosa da mangiare. Essi, prima dettero un’occhiata furtiva alla grande cucina ed alle due stanze da letto poi chiesero se era possibile scendere sull’aia solo per poter bere un buon bicchiere di vino che sapevano essere speciale in quei luoghi. babbodomè aveva la nomea di essere il produttore di uno dei migliori vini locali tra i quali primeggiava un verdicchio speciale. Tale titolo le veniva per diritto di nascita considerato che il padre di mio nonno era soprannominato in tutta l'area cuprense e d'intorni con il vezzeggiativo di: "Francesco vono", ovvero (Francesco il buono), poiché era uso, anche a quei tempi non certo "facili", rifocillare tutti coloro che bussavano alla sua porta. 

Eravamo in piena estate e la serata era gradevole ed illuminata da una luna piena e brillante. La casa dei miei nonni era ubicata su un'ampio altopiano anche se più in basso dal centro del paese dal quale era 1000/1500 metri,   ed a circa 14 chilometri dalla sagoma rassomigliante ad un "cappello da alpino" del maestoso Monte San Vicino, visibile ad occhio nudo da casa nostra. Ai margini dell’aia e appoggiate alla casa vi erano due panchine in muratura e un tavolo di legno nonché una cannella dell'acqua potabile con una grande secchia sempre piena ad uso lavaggio dei piedi, e dissetaggio di persone ed animali. 

Scendemmo tutti sull’aia e ci sedemmo sulle panchine vicino al tavolone di legno. Nonno andò in cantina a “cavare” una bottiglia di  verdicchio, affettò un bel po’ di “ciauscolo”, classico salame marchigiano spalmabile e del prosciutto stagionato ricavato dalle precedenti "piste". Visto che si era venuta a creare una certa familiarità, volli portare con me anche la fisarmonichetta che mio padre mi regalò all'età di 3/4 anni e  iniziai a strimpellare uno dei pochi motivetti che ero riuscito a suonare grazie anche alla pazienza di mio zio Livio, ovvero, quello della famosa canzone tanto in voga all'epoca dal titolo "Lilimarlè" e "Mamma sono tanto felice", di Beniamino Gigli e qualche altro stacchetto dell’epoca. In quel momento, venne fuori anche Rina, sfuggita dalle grinfie della zia Luigia.

Sarà stato l'effetto del verdicchio unitamente al buon pane casareccio spalmato con il meraviglioso “ciauscolo” e "Lilimarlè" che fece emergere in Franz il sergente, la voglia di volermi far salire sulle sue ginocchia e attraverso la mia genuina innocenza, riuscì a sapere tutto su mio padre allora prigioniero in Albania. E' stata la mamma a raccontarle della propria odissea di soldato italiano, prima alleato con loro. 

Allora il Franz cominciò a dire in un italiano stentato che si trattava pertanto di un “camerata”. (Il caporale non disse una parola però gradiva sia il vino che il pane e il ciauscolo. Infatti,  fu Franz  a dire che si chiamava Joseph). Alla parola "camerata" vidi mia madre sbiancare in volto e farsi di pietra. Non riuscì più nemmeno a dire un'altra parola. Franz alla fine dopo avermi trastullato per oltre un'ora  e chiesto cento volte come mi chiamavo, quanti anni avevo, chi mi aveva insegnato a suonare ecc. ecc. finalmente decise per lui e Joseph che era l'ora di andarsene. Dopo che la moto rombando se ne andò, riapparve di nuovo così come era scomparsa, di nuovo anche Rina.

Solo dopo che se ne furono andati, mia madre confessò balbettando a mio nonno che ebbe una paura fottuta poiché aveva pensato che se la volevano portare in camera. Nonno, le spiegò che camerata significava in tedesco “compagno”. 

La sera successiva tornarono e portarono seco una scatola di carne conservata, tipo la nostra attuale Simmenthal, che francamente gradimmo. Dopodiché non tornarono più.

Noi continuammo a vivere la nostra vita abbastanza tranquilla e mia madre continuò il suo lavorio da sarta. Riprese in mano la mia salopette creata da un paio di pantaloni da adulto con la stoffa chiamata “pelle di diavolo” per la sua struttura quasi indistruttibile e ci volle aggiungere sul davanti anche una grossa tasca sul petto, stante il fatto che io avevo il vizio di mettermi nelle tasche ogni cosa, dagli insetti, alla frutta, ai sassi strani, ai semi delle piante, agli ossi di albicocche, insomma di tutto. Inoltre, la preferivo poiché avendo i pantaloni lunghetti mi difendeva le gambette dai rovi, dai rami e dai tanti graffi che rimediavo giornalmente. 

QUEL GIORNO PERICOLOSO

E venne il giorno in cui senza saperlo, divenni un eroe nonché salvatore di due “cretinetti” che volevano fare gli eroi di guerra - partigiani.

Erano giorni di angoscia poiché dal Monte San Vicino, facente anch'esso parte dell’Appennino umbro-marchigiano, si sentivano colpi di mortai, mine, mitragliatrici e quanto altro. Si saprà in seguito dalla storia, che si trattava della ritirata da parte dei reggimenti tedeschi che dal sud e dal centro Italia andavano verso il nord per ritornare in Germania per rinforzare i reggimenti in difesa di Berlino.  

Infatti, proprio per gli attacchi sconsiderati da parte delle “estemporanee” bande partigiane locali, tanta gente senza colpe, morirono in tutta Italia per effetto della ritorsione tedesca nei confronti della popolazione inerme. Così si verificherà da li a qualche tempo anche l’eccidio di Marzabotto. Uno dei più eclatanti avvenuti in Italia.

Mi trovavo con mio zio Livio all’interno del “granturcato”, mentre l'altro mio zio Ivo aveva il suo daffare con il foraggiamento degli animali della casa e, avendo un udito molto raffinato, appena sentiva un ronzio in lontananza, spariva come un fantasma verso il proprio nascondiglio mimetico munito di reparto di sussistenza  con qualche pagnotta di pane, del vino, del prosciutto, del salame, delle sigarette di scorta e di generi di conforto.

Da parte mia nel "granturcato" ci stavo proprio a mio agio. Giocando con ciò che portavo nel tascone della salopette, cavallette, cicale, grilletti, bottoni, pezzi di pane secco che bagnavo con l'acqua pulita della "callarola" a portata di mano, formaggio di pecora indurito che sgranavo con i miei dentini aguzzi, nel mentre mio zio trinciava le sue foglie di tabacco dal medesimo coltivato. 

Dal Monte San Vicino, distante da casa nostra una 14/15 di chilometri, si sentivano i rimbombi della battaglia in corso. Zio Livio a quel punto venne a sapere che una parte  della colonna tedesca aveva deviato verso il fiume Esino, dove in un punto in particolare chiamato dai paesani  l’"Esinante" e distante da casa nostra forse una chilometrata, il letto del fiume Esino d'estate si asciugava e lo si poteva guadare senza alcun pericolo. Infatti, i tedeschi in ritirata, per sfuggire agli agguati dei partigiani che più che altro perché ne rallentava la marcia, decidettero di deviare una parte della colonna motorizzata ma armata di tutto punto verso l'Adriatica - via Jesi, per poi riprendere la marcia verso il nord dell'Italia.

Proprio in quell’istante, saranno state le dieci/undici del mattino, un coetaneo di mio zio, un certo Cimarello (credo si chiamasse),  correndo a perdifiato sulla strada bianca, oggi Via della Romita, che tutta in discesa veniva affiancata  sulla sinistra da un fosso di servizio per fare scorrere le acque piovane e quelle reflue del paese che poi andranno a sfociare proprio all’esinante. Ebbene, questo ragazzotto segaligno correndo ed urlando a perdifiato, all'idea di fare un atto eroico, con l'adrenalina che a fiotti si immetteva nel circolo sanguigno dalle proprie surrenali, iniziò appena svoltato a sinistra dalla croce della strada maestra a fare il nome di mio zio:  "Liviooooooo, oh Liviooooo, oh Livioooooo, esci fora che gemo all’esinante con la “vomma”! Corriiiiiiiii, che stanno a passà li tedeschiiiiiiii!"

Mio zio Livio, smilzo, scattante, giovane, con il sangue che le pulsa vorticosamente nelle vene, si accoda a Cimarello giù per la discesa verso il Convento dei frati, con l'adrenalina che le obnubila il cervello, che era l'ora tanto bramata e quindi latente in lui così come nel suo compagno.

Ed io che faccio? Ho solo sentito dire solo “vomma”, che in dialetto cuprense significa bomba ma per me significa solamente prendere parte ai giochi. Stante la mia venerazione nei confronti di mio zio, in un lampo, con le mie velocissime gambette, mi butto all’inseguimento in discesa dei due. Certamente sarebbe stato difficile raggiungerli se dopo pochissimi metri... dall'uscita dal cancello di casa Maiolini, non sentissimo il rumore lacerante di una “Zundapp 750” il cui motore "imballato" vuoi per il peso che portava con se, ovvero, due uomini più una mitragliatrice pesante, più armi varie, più il sidecar con la ruota di scorta con l’equipaggiamento da guerra con tanto di nastri di proiettili, bombe a mano, mitra ecc. ecc, nei pressi di una salita più ripida e serpentina che mai, dove per alcuni secondi si dovette piantare, per poi scalare in prima marcia e riprendere con tutta la potenza erogata da quel motore bicilindrico a due tempi per poter vedere al di là dell'ultima curva a gomito se passarono almeno 30 secondi. Tanto bastò, affinché mio zio prendendo il Cimarello per un braccio e scaraventarlo nel fosso e facendomi dei gesti estremi accompagnati da urla disumane affinchè mi gettassi nel fosso insieme a loro due.

Detto fra noi non ci saranno stati più di cinque/dieci centimetri di acqua ma nessun nascondiglio possibile.

Non appena la moto riscoprì la strada maestra dove eravamo noi, mio zio iniziò ad urlare: l’ho presa! L’ho presa! Poscia morì rabbita, l’ho presa ma mè fujta! Anche il Cimarello fa lo stesso e grida io l’ho presa e mi mette qualcosa nel tascona della salopettes.

Io, bambino innocente, pensavo ad un gioco, e chiesi, che cosa hai preso zio? "Nà ranocchia nò". Pochi istanti e appare in tutta la sua imponente mole la “Zundapp 750” alla guida della quale vi è Joseph che frena all’istante, mentre le mie orecchie vengono lacerate da una voce stentorea da tedesco incazzato: “Sercioooo, che cozza stai fazzendo nel fozzato”. Io, pur impaurito, ma con la voce da bimbetto ignaro ed innocente balbetto in cuprense: “ciao ho Franz, stacemo a pijà  le ranocchie nò!  Franz più incazzato che mai mi fa: ma che ranocce, antate a vostra casa subbito, raus. Ho vi porto tutti in Cermania!  Comunque scende dal sidecars e avvicinandosi ai noi inizia a dare una palpatina superficiale ai due aspiranti eroi, poi dandomi un buffetto sul viso, riprendendosi dalla rabbia mi dice: "Stamo antanto in Cermania, saluto nono e mama e nona! Spero tuo papa torni! Addio Seccio. Quindi risalì sul sidecars che riprese urlando la marcia in salita, ma questa volta più mi apparve più dolce e addirittura più umana. Pochi minuto dopo, vedemmo da dietro il cancello di casa passare una lunga colonna motorizzata. Qualcuno di essi ci salutò con ampi gesti. 

Come potrete comprendere, i due apprendisti “partigiani”, mi seguirono mogi, mogi, dentro il granturcaio e lì tirai fuori con le mie manine dal tascone della mia salopette la pseudo "rana" di Cimarello, che invece altro non era che un barattolo strano, che doveva essere stato di colore rosso pure ammaccato  con un cappellotto sopra. 

Il Cimarello ebbe come diciamo noi a Roma tre giorni di “cacarella continua”, mentre mio zio si sarà fumato decine e decine di sigarette arrotolate da per se, però per almeno una settimana non uscì più dal “granturcaio, e spesso lo vedevo sparire verso il vicino canneto.

Solo quando andai a fare il servizio militare di leva, mi resi conto che la famosa “vomma” del Cimarello non era altro che una bomba a mano da “esercitazione”, ovvero, una SRCM. Al massimo, avrebbe potuto danneggiare forse una bicicletta???????

Mi ci vollero anni, per comprendere che la mia buona stella mi aveva fatto salvare due vite umane, forse anche tre, considerando quanto erano incazzati, impauriti e con gli occhi fuori dalle orbite, quelli che alcuni giorni prima avevo considerato degli amici, ma tant’è che ci risparmiarono solo perché il caso lo volle.

Nota: Mio zio, buonanima, che ho adorato fino alla sua fine avvenuta che aveva oltre 80 anni, scoprii, un giorno guardando nel suo portafogli che si era iscritto all’ANPI.

 AGOSTO 2018

la bomba

 

   


 

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