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CI RUBANO IN CASA E SE REAGIAMO DOBBIAMO ANCHE PAGARE I DANNI BASTA CON LA VERGOGNA DEI RISARCIMENTI AI LADRI - GIORNITALIA - Sabato 23 Giugno 2018 08:08

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Cari Amici - di Sergio Bonci - Giovedì 19 Ottobre 2017

...Cari Amici,
la sinistra italiana può cambiare il “pelo” ma non il “vizio”. Il “pelo” nel senso di aver sostituito più volte il proprio nome al fine di voler fare intendere all’elettorato italiano, sempre con scarso successo, di essersi trasformato da partito nato dall’aver voluto emulare la stagione del socialismo russo in un movimento molto più democratico e moderno ma restando sempre il medesimo non riuscendo mai a scollarsi dalla propria anima quel dna iniziale.
Pertanto, da “Partito Comunista Italiano” si è poi trasformato in: Pds, Ds, Pd, ma il “vizio” di rovesciare accuse fasulle  e intrise di veleno mortale con il fine di screditare, soprattutto alla vigilia di consultazioni politiche gli antagonisti politici non l’ha mai perduta.

 

Partendo dalla vigilia della XIV Legislatura, quella per intenderci del secondo governo Berlusconi, la sinistra italiana che aveva governato per 5 legislature in circa 6 anni con Dini, Prodi 1°, D’Alema 1° D’Alema 2° e Amato 2°, si era quindi alla vigilia del Berlusconi 2°. Come potrete rilevare dallo specchietto che segue.

  1. Berlusconi I, XII Legislatura: dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995, per un totale di 252 giorni.
  2. Dini, XII Legislatura: dal 18 gennaio 1995 al 17 maggio 1996, per un totale di 486 giorni.
  3. Prodi I, XIII Legislatura: dal 18 maggio 1996 al 21 ottobre 1998, per un totale di 887 giorni.
  4. D'Alema I, XIII Legislatura: dal 22 ottobre 1998 al 22 dicermbre 1999, per un totale di 427 giorni.
  5. D'Alema II, XIII Legislatura: dal 23 dicembre 1999 al 25 aprile 2000, per un totale di 125 giorni.
  6. Amato II, XIII Legislatura: dal 26 aprile 2000 al 11 giugno 2001, per un totale di 412 giorni.
  7. Berlusconi II, XIV Legislatura: dal 12 giugno 2001 al 23 aprile 2005, per un totale di 1.412 giorni.
  8. Berlusconi III, XIV Legislatura: dal 24 aprile 2005 al 17 maggio 2006, per un totale di 390 giorni.
  9. Prodi II, XV Legislatura: dal 18 maggio 2006 al 7 maggio 2008, per un totale di 722 giorni.
  10. Berlusconi IV, XVI Legislatura: dal 8 maggio 2008 al 16 novembre 2011, per un totale di 1283 giorni.

Ebbene, la sinistra unita si scatenò contro Berlusconi con una campagna d’informazione senza tralasciare nulla d’intentato con il fine di azzopparlo, accusandolo di ogni possibile nefandezza.

Con l’occasione vogliamo pubblicare alcuni articoli di stampa risalenti niente di meno al 2001. Quindi la bellezza di 16 anni oro sono, eppure sembra di leggere la solita solfa già in atto in quest’ultimi giorni.

“Conflitto d’interesse”: Perché i Ds non volevano che Berlusconi vendesse le Tv

 

di Gianni Baget Bozzo
1° Marzo 2001

Non vogliamo costringere Berlusconi a vendere le televisioni, dice Piero Fassino. E Fassino è il passepartout di tutti i frammenti diessini, un minimo comune denominatore. Fassino dichiara dunque una verità comune: i diessini non hanno mai voluto che Berlusconi vendesse. I motivi sono molti. Per esempio, la “bipartizione” Rai-Mediaset era una delle eredità della democrazia consociativa e l’esistenza di Mediaset era la contropartita della presa del potere politico postcomunista sulla Rai, la sua legittimazione. Non solo: Berlusconi dipendeva da pubbliche concessioni, era quindi soggetto ad una pressione politico-amministrativa. Occorreva che Berlusconi neutralizzasse egli stesso politicamente le sue televisioni, mentre i postcomunisti pervadevano la Rai. Se Berlusconi avesse venduto sarebbe caduto il bipolarismo cui i postcomunisti più tenevano: i due poli televisivi. E’ per questo che i postcomunisti, che controllano il potere dal 94, affrontano il tema delle televisioni berlusconiane solo nel 2001.

Le televisioni di Berlusconi non hanno perciò servito la causa del centrodestra: sono state politicamente imbavagliate. Ed è anche per questo che dipingere Berlusconi come un grande fratello che può dominare lo schermo non seduce nessun italiano. Ciò appare all’opinione pubblica solo come l’ennesimo tentativo di far fuori il “diverso”. Le televisioni berlusconiane sono state vissute dal senso comune come un fatto di libertà non di dominio e di controllo: hanno persino vinto un referendum. Ci spieghino i postcomunisti questo singolare fatto: in un Paese in cui la cultura laica è di sinistra e la cultura cattolica di sinistra, la ricchezza di Berlusconi è stata considerata un fatto corretto e ha giovato alla sua figura d’uomo che difendeva la libertà. Berlusconi ha vinto come immagine di libertà perché era un imprenditore di successo; e le sue televisioni erano anche viste come una possibile isola di libertà, qualcosa che i postcomunisti non potevano controllare. Gli elettori del centrodestra voteranno Berlusconi contenti che abbia le televisioni e che ne regoli la gestione dopo la vittoria in modo non penalizzante. I postcomunisti non riescono a far credere Berlusconi presidente del Consiglio e proprietario di televisioni possa divenire un monopolista della comunicazione. Il Ppe vede in Berlusconi l’unico esponente del centrodestra che, al presente, può vincere le elezioni in Europa: e questo significa una solidarietà granitica.

17 marzo ‘01
Rai, attacco a Berlusconi a reti unificate
Dopo Luttazzi, ieri è stata la volta di Biagi e Santoro, che hanno concesso la ribalta a chi accusa senza prove.

NAZIONALE TALEBANA - di Marcello Veneziani

Una setta di fanatici ha preso in ostaggio l’Italia e non vuole mollarla. Ha finito da tempo le munizioni della politica e del consenso e ora sta sparando con le bombe e le fionde della satira, dello sport, della stampa e dell’invocazione giudiziaria. Non avevo mai visto tanto livore militante concentrarsi in così poche persone, tra comici e intellettuali, o spesso comici  intellettuali, ovvero intellettuali che fanno ridere e comici che non vi riescono. Vedo comici che hanno fallito nei loro programmi e, per uscirsene alla grande, sparano veleni contro il centrodestra nel tentativo di passare per vittime della censura, della mafia e del fascismo. E nell’attesa di fare le vittime fanno i carnefici. Una volta la satira era indirizzata contro il potere; adesso la satira parte dal potere ed è indirizzata contro l’opposizione. Satira protetta; ma è satira o è  servile cortigianeria di Palazzo? Vedo apparati di regime dislocati nello spettacolo e nell’informazione pubblica che per cadere da eroi al termine del loro mandato, fanno saltare la par condicio ma ogni residua civiltà e decenza nei confronti del loro Nemico Assoluto. Non vi nascondo di vivere questa situazione di disagio e vergogna, perché vedo gente che fa il mio mestiere bersi il cervello a grandi sorsi; sento intellettuali ed eleganti signore usare toni volgari di odio militante e disprezzo razziale che non si usano nemmeno tra i più feroci proletari e sottoproletari di periferia. Sento un carico di veleni, pensieri che sono vomiti, parole che sono molotov, libri che sono coltelli. E poi sento di omissioni anche vistose sui giornali e in tv per fedeltà alla Milizia Ulivista; sento persino di recensioni negate perché sei reputato dall’altra parte del filo spinato. Cose che mi fanno vergognare di essere un giornalista, uno scrittore, un intellettuale, come diavolo volete chiamarmi. Insomma uno che fa il loro stesso mestiere. State scavando un brutto fossato nel nostro Paese, state inscenando una guerra civile contro il Paese vero, facendovi guidare da bande di comici e animatori, calciatori e ballerine.

A me questo clima non piace per due ragioni: la prima perché genera odio e miete vittime, più spesso innocenti; la seconda è che di solito tanto livore è preludio agli inciuci di dopo,, è un tirare sul prezzo per negoziare poi la propria sopravvivenza al potere. Mi spaventa il fiele di oggi e il miele di domani.

IL VELENO DEI FALLITI – di Giuliano Ferrara

           Caro Cavaliere, non abbocchi. Certo che ha il diritto di protestare. Ci mancherebbe. Le hanno rovesciato in testa una scarica di manganellate televisive, le hanno fatto bere l’olio di ricino della satira di regime, l’hanno accusata di mafia, traffico di droga e strage incuranti della decenza e del ridicolo. La sua gente è giustamente inferocita. La maggioranza degli italiani, che ha abitudini alimentari migliori di quelle del comico di corte e del suo mentore, vorrebbe essere liberata da una televisione sciatta, sleale, stercoraria e serva. Ma tutto questo conta fino ad un certo punto. Il posto della protesta e delle emozioni è l’immediatezza, il modo di reagire a tutta prima è la rivolta istintiva. E dopo? Dopo bisogna semplicemente domandarsi: perché lo fanno? E rispondersi con molta freddezza. Lo fanno perché sono disperati. Perché sanno che lei ha vinto le elezioni e loro le hanno perse. Perché sanno che il Paese li ha sfiduciati e il tempo dei piccoli trucchi ha la scadenza inevitabile del 13 maggio. In più, sanno che lei ha il vantaggio e vogliono annullarlo. Il vantaggio è parlare al Paese delle cose che contano nel suo futuro: tasse, lavoro, innovazione, libertà, grandi opere. E’ la funzione dell’opposizione in tutte le grandi democrazie del mondo. Loro però non possono svolgere l’altra funzione, quelli dei governi e delle maggioranze. Non possono parlare di risultati, perché anche le cose buone che hanno fatto (poche, ma esistono) sono sepolte dal loro fallimento politico: tre capi di governo in tragica successione e un quarto, il candidato premier, tirato fuori dal cilindro all’ultim’ora, dopo due sconfitte elettorali consecutive. E poi una maggioranza tappezzata con i rimasugli opportunisti eletti nelle file dell’opposizione, la lite continua tra i partiti, un premier che non considera il candidato un vero leader, l’odio velenoso che divide i rutelliani dai dalemiani, i prodiani e i veltroniani dai martelliani e dall’assemblaggio di cattolici di sinistra e fiori vari scampati ai cingolati postcomunisti: sono un campo brulicante di tribù avvelenate dalla diffidenza reciproca. Possono fare una sola cosa: parlare di lei, sempre e solo di lei, contro di lei, buttarle fango addosso, attirarla nel gorgo di una rissa continua, indurla al fallo di reazione, obbligarla a scendere su un terreno a loro favorevole, impedirle di continuare a parlare al Paese in una lingua comprensibile, possono solo cercare di convincere il maggior numero possibile di italiani del fatto che il problema comune è “battere la destra”. E indurre il capo dei moderati e dei libarali, se ci riescono, a percorrere strade estremistiche.

           Però non tutta la sinistra ragiona così. Nelle amministrazioni, nei sindacati, nelle professioni, ma anche nel Parlamento e perfino negli apparati di partito, c’è un sacco di gente che si sente umiliata da questo gioco al ribasso, da questa violazione delle tradizioni di tolleranza e di dignità della politica in cui ha creduto per anni. Ha visto quel senatore ulivista di Torino, il Debenedetti, che firma “contro la faziosità”? Ha notato che il Ministro Meccanico ed il governatore Sassolino hanno detto di essere d’accordo con la sinistra che ragiona e che si batte per le sue ragioni, contro la sinistra che manganella e predica odio? A questa gente che respinge il fango come arma impropria della cattiva politica lei può parlare senza strumentalismi. Può parlar loro con il suo comportamento, con parole che pesino, meditate e ben spese. Con qualche silenzio. Rigoroso e severo nel respingere la calunnia e le aggressioni. Ma anche sereno e dignitoso nel dare alla politica il senso che molti politici di professione spesso hanno smarrito, per viltà o per cinismo. Certe vittorie, le più belle e promettenti per chi voglia governare una imponente democrazia occidentale, nascono nel momento in cui un  gioco sottile di  antagonismo e seduzione sbarazza il campo dalle rozzezze e dalle brutalità dei mestieranti della politica.

QUEL DIFETTO GENETICO DEI GOVERNI DELL’ULIVO. (di Carlo Pelanda) dai il Giornale del 23.04.’01

          Sto analizzando i comportamenti dei governi dell’Ulivo negli ultimi cinque anni per capire i diversi fattori che ne hanno determinato gli esiti fallimentari. La causa generale, come noto, dipende dall’impostazione genetica del programma: la presunzione di poter mantenere un modello di protezionismo sociale esteso e centralizzato nonostante la sua crescente insostenibilità. Ciò ha portato l’Ulivo nella trappola di tentare di ridistribuire una ricchezza esistente senza attivare i mezzi per crearne di più, generando così una crisi di competitività economica e l’impoverimento complessivo della nazione. Tale risultato era prevedibile già nel 1996, e lo scrissi su queste pagine. Purtroppo, la previsione di è avverata. Eppure la sinistra italiana ha sinceramente tentato di governare al proprio meglio. Quali altri fattori ne hanno peggiorato il difetto genetico? La montagna del debito ha certo pesato, ma molto  meno di quanto l’Ulivo sostiene. Ha contato di più invece, un errore di costruzione del governo: in molti ruoli che richiedevano tecnicità sono state messe persone “troppo politiche”;  in ruoli dove era richieste, invece, una forte capacità di leadership politica sono stati messi personaggi che non l’hanno saputa esercitare.

          L’errore più clamoroso l’ha compiuto Visco quando era ministro delle Finanze. Ha ingegnerizzato ina tassa l’Irap, che premia la grande impresa e penalizza drammaticamente quella piccola (fino la punto di tassare l’indebitamento, punire l’assunzione di rischio imprenditoriale e di nuovo personale). In un Paese dove l’economia è fatta prevalentemente da piccole imprese ciò appare un’assurdità. Non credo che Visco avesse intenzioni così assassine: ha semplicemente sbagliato e mi sembra di ricordare che l’abbia riconosciuto, pur a denti stretti. Ma il punto è che l’Ulivo non ha voluto o potuto trovare un tecnico capace di gestire la materia complicatissima della tassazione differenziale. Un altro ruolo governativo mal ricoperto è stato quello della sanità. Maria Rosaria Bindi è persona stimabile, ma dominata da un fuoco “catto-comunista” che rasenta il fondamentalismo . Per questo ha attuato una politica sanitaria basata su intenti più ideologici che realistici. Anche in questo caso un’impostazione geneticamente sbagliata è stata peggiorata dal fatto di mettere un politico puro in un ruolo che richiedeva un “tecnico”. L’Ulivo ha poi cercato di attutire la catastrofe nominando Veronesi, ma lo ha fatto troppo tardi. Un rispettabile tecnico, Bassanini, ha tentato una seria riforma della burocrazia. Ma l’Ulivo lo ha preso in giro: per smuovere un sistema così incancrenito e sindacalizzato bisognava caricare persona e progetto riformatori di una forza (e priorità) politica generale che sfondasse le resistenze degli apparati: Non gliela hanno data, penso apposta,, e la riforma è rimasta sulla carta. Gli errori sono anche altri. Il più rilevante, fallimento della Bicamerale a parte, riguarda il modo con cui siamo entrati nell’euro. Ciampi impostò bene il negoziato dove eravamo messi male, superando solo per sua capacità personale l’opposizione della Bundesbank. Ma la coalizione non volle riformare il sistema interno per rendere sostenibili i nuovi vincoli euromonetari, in particolare non dando a Prodi i poteri straordinari necessari per svolgere tale missione. Così la nostra partecipazione all’euro fu finanziata con il rialzo delle tasse. Un salasso che ci fa ancora barcollare. Questa analisi non serve a criticare ancora di più il malgoverno della sinistra, ma a ricavare dagli errori altrui una lezione in relazione alla costruzione dell’eventuale governo Berlusconi. Lo scenario è promettente. Non avrà il difetto genetico di impostazione ideologica che ha fatto fallire l’Ulivo. Diversamente da Prodi, Berlusconi potrà godere di una leadership reale che permetterà di esercitare il sostegno politico necessario alle diverse missioni tecniche di riforma e di progetto. La Casa delle libertà appare molto più coesa dell’Ulivo e ciò dovrebbe minimizzare i conflitti interni.C’è perfino un surplus di tecnici competenti nelle materie più critiche di governo. Quindi la probabilità di incorrere negli errori detti sopra sembra molto minore.

          Resta un punto che conviene esplicitare già da ora. I partiti, ovviamente, dovranno avere al governo dei loro delegati che ne soddisfino il requisito di visibilità. Buona parte degli errori dell’Ulivo si sono basati sul fatto che tale criterio è stato interpretato in modo molto partigiano e ha sbilanciato l’esecutivo sul lato della troppa “politica” a scapito della buona “tecnica”. Per evitare questo errore, i partiti dovrebbero non tanto ridurre la loro rappresentanza, ma cercare di tecnicizzarla il più possibile. Secondo me la miglior formula sarebbe: un minimo di politici puri che forniscono la leva generale, di consenso e di forza, e un massimo di tecnici superspecializzati dedicati alle singole missioni. 

 

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